Il conto salato di un lavoro che NON vale

https://youtu.be/rc_V-l-tDiw

Guardo il post su Facebook di Daniela e resto senza parole.

No, non è possibile, non devo aver capito bene”, penso.

Rileggo un’altra volta più attentamente… “Saluto tutti i colleghi con cui in questi lunghi 15 anni ho condiviso la mia vita lavorativa in questo modo perché non mi è stata data la possibilità di fare altrimenti”.

Certo, io ho le antenne sempre molto attente quando si parla di lavoro e come tutti le ho ancora più attente se la faccenda arriva da una persona particolarmente amica a cui sono affezionata in modo speciale.

Ok, faccio che chiamarla”, decido senza stare a pensarci sopra ancora troppo.

“… Hei ciao, che bello sentirti, tutto bene?

Non lascio spazio ai convenevoli e vado dritta al punto.

“Ma Dani, ma ho letto bene su Facebook??? Cosa diavolo è successo?”

Silenzio.

Un respiro mooooolto profondo.

“Guarda, non so cosa dirti. Non riesco a credere che sia successo quello che è successo”.

Con la voce rotta dall’emozione Daniela mi racconta la folle, allucinante, marziana vicissitudine che le è successa il giorno prima.

Beh, marziana ormai neanche più tanto. E’ un tipo di storie che si sentono sempre più spesso ultimamente , purtroppo.

E’ la storia di donne, uomini, madri e padri di famiglia che dopo anni di onorato e fedele servizio per un’azienda, ancora troppo presto anche solo per pensare alla pensione, nel pieno della loro vita produttiva – a 40,45, 50 anni – si trovano una lettera di licenziamento in mano.

Che poi, siccome i tempi sono duri, magari come a Daniela fanno in modo di fartela convertire – con le buone o con le cattive – in una lettera di dimissione “spintanea”…

Restiamo a parlare una buona mezzora mentre mi racconta i dettagli di questa follia travestita da normalità: “L’azienda madre con cui ho lavorato per 13 anni senza nessun problema né difficoltà è stata acquisita da una multinazionale.”

Il direttivo era doppio e hanno dovuto mandare a casa almeno metà delle persone. A quel punto la scelta non è stata fatta in base ad anzianità, talento, serietà o competenze. Ma semplicemente in base a “squadre”.

Sei della squadra nuova? Bene, resti.

Sei della squadra vecchia? Ciaone.

Ora io mi chiedo: ma quanto puoi mai essere sereno di pensare al tuo futuro quando sai benissimo che, là fuori succedono cose del genere?

E se poi magari, metti caso, capitano proprio a te?

Penso che sia stata questa la micidiale scintilla che ha fatto traboccare la crisi dei miei nervi, quella che mi ha portata a sedere costernata nella mia impotenza di fronte a quel famoso psichiatra che sentenziò senza mezzi termini “lei signora, ha un brutto esaurimento”.

Quando la disavventura è successa infatti, io avevo un lavoro. Anche un buon lavoro, che pagava e mi permetteva di avere una buona qualità di vita. Ma avevo visto così tante persone come Daniela negli ultimi anni finire nei guai a causa del lavoro, che non riuscivo più a guardare al futuro con la benchè minima forma di serenità.

“Se non sono capace di procacciarmi la pagnotta con un decente senso di sicurezza io… come li cresco i miei figli? Come li aiuto quando sarà ora di entrare nel mondo del lavoro se IO non ho saputo cavarmela? Come mi prenderò di cura di loro se la prossima a finire nella lista nera sono io?”

Per un certo tempo ho pensato di essere io “la povera pazza” incapace di gestire le mie emozioni e i miei pensieri. Poi però ho scoperto che la scienza stessa si stava accorgendo di questo dilagante e preoccupante situazione.

Questo ad esempio è un articolo apparso su blitzquotidiano.it ma se ti prenderai la briga di approfondire, scoprirai presto che le voci sono tante a questo riguardo

www.blitzquotidiano.it

“La crisi economica con il suo desolante panorama bussa insistente anche alle porte della psiche, scatenando ansie, stati depressivi e attacchi di panico, a quanto riferisce La Repubblica. Uno studio condotto dall’Associazione per la ricerca sulla depressione di Torino fotografa quel che succede nella testa degli italiani, che cosa provano quando il conto in banca cala, quando si perde il lavoro e le certezze sul futuro si sgretolano, con tutti i rischi che ne conseguono. Risultato? Per un terzo di quelli che hanno usufruito della consulenza psicologica o psichiatrica del centro torinese – la difficile situazione economica è la causa primaria di disturbi depressivi e d’ansia “

Insomma (piuttosto ovvio a ben pensarci): stress lavorativo, ansia e incertezza spesso non vanno d’accordo con la nostra salute.

E lo ribadiscono i dati di una recente indagine realizzata dall’Ufficio federale svizzero di statistica da cui è emerso che il 13 per cento dei dipendenti che temono di perdere l’impiego e il 32 per cento dei disoccupati dichiarano di non essere in buona salute, una percentuale 2 e 5 volte superiore rispetto a quella dei dipendenti che non hanno paura di perdere il lavoro (6%). La percentuale di persone che accusa sintomi di sofferenza psicologica è del 13 per cento tra i lavoratori che non temono di perdere l’impiego, mentre sale al 32 per cento tra quelli che convivono con questa paura e raggiunge il 47 per cento tra i disoccupati.

Del resto, anche tenerti stretto con le unghie e i denti un lavoro che NON ti piace, non ti realizza, non ti soddisfa, ti stressa a morte e ti mette a contatto con persone o mansioni che niente hanno a che fare con te, può essere decisamente problematico per la tua stessa salute, come conferma una ricerca della Harvard University.

Un ambiente di lavoro ostile e stressante può ridurre (di molto) la nostra aspettativa di vita. A dirlo è un gruppo di ricercatori della Harvard University e della Stanford University, che hanno quantificato gli anni che ci verrebbero portati via. Sarebbero 33…

Su questo, non avevo nessun dubbio da anni.

Frustrato ingegnere-ma-volevo-fare-altro per anni avevo cercato invano il modo di riprendere le redini della mia vita lavorativa segnata dall’errore capitale di una laurea sbagliata, presa solo perché “così almeno sei sicura che trovi sempre il lavoro”.

Peccato che poi è arrivata la crisi e, nonostante la mia famosa laurea, sono rimasta senza lavoro e con svariati debiti in banca a causa di scelte “sagge” ma solo per il mercato del lavoro di una volta, quello che c’era PRIMA della crisi e che con la crisi si è estinto definitivamente.

Insomma, come si suol dire… “Cornuta e mazziata”.

Così, cercando di venire a capo di questa serie di problemucci in cui mi ero ritrovata – un lavoro che odiavo ma che tenevo stretto con unghie e denti solo per la paura di non restare senza lavoro pur maledicendolo perché comunque avevo capito che non era più sicuro abbastanza – sono successe alcune cose piuttosto interessanti.

  1. Ho inventato un modo per essere sempre così “Indispensabile” per le aziende per cui lavoravo, da ridurre al minimo il rischio di essere lasciata a casa.
  2. Ho scoperto che l’unico modo per essere così “indispensabile” da ridurre al minimo il rischio di essere lasciata a casa, passava per il tirare fuori TUTTI i miei vecchi sogni dal cassetto, le mie propensioni e aspirazioni migliori. Svariati studi di cui fino a quel momento ignoravo l’esistenza, hanno ormai chiaramente dimostrato che persone felici, con un senso di “vita che vale” (in cui per forza di cose c’è “un lavoro che vale”) sono le persone che guadagnano di più e hanno migliori risultati nella loro vita.
  3. Ho capito che l’unico modo per tirare fuori TUTTI i miei vecchi sogni dal cassetto era darmi la possibilità, di nuovo, di pensare che la mia vita poteva avere un senso. Anzi. DOVEVA avere un senso.
  4. Ho imparato che il senso della vita non è qualcosa che ti ritrovi scritto nel DNA né è qualcosa che dipende dal lavoro che fai. Ma è qualcosa che COSTRUISCI, passo dopo passo, con una strategia precisa.
  5. Ho scoperto che la strategia con cui si costruisce il senso di avere una vita che vale la pena, il modo con cui dai un motivo e un senso al tuo esistere, non è frutto di casualità né di fortuna. Le neuroscienze degli ultimi 50 anni hanno approfondito in modo puntiglioso cosa succede nel nostro cervello quando ci si sente di vivere una vita “che ha senso” e quando invece no.

Non solo, anche una branca innovativa (e mooooolto poco conosciuta) della psicologia ha cominciato ad occuparsi di questo argomento scoprendo una serie di atteggiamenti, pensieri e abitudini capaci di facilitare in modo prevedibile e consistente lo sviluppo di una maggiore sensazione di “vita che vale”.

Le persone con un senso di “vita che vale” non sono fortunate né gli capita.

Sono persone che hanno intuitivamente capito come strutturare la loro vita in modo che sia prevedibilmente una “vita che vale” a prescindere da quello che succede fuori nel mondo.

La cosa bella in tutto questo è che si tratta di conoscenze, strumenti e strategia che CHIUNQUE può, con il giusto impegno e determinazione, applicare sulla propria vita e vederne fiorire i risultati.

Certo, se ti aspetti la soluzione “facile e veloce”, senza dover fare nessun cambiamento al tuo modo di pensare, di muoverti nel mondo del lavoro e di relazionarti con i tuoi pensieri e competenze… beh, resterai deluso. Decisamente.

Se invece hai voglia di metterti in discussione e cominciare a riprendere in mano il tuo potere, guidando la tua vita dove vuoi tu anziché “dove capita”, allora sicuramente il punto di leva più potente che hai è il tuo lavoro.

Per questo motivo ho preparato per te un report gratuito, una check list di azioni da mettere in pratica fin da subito per riprendere in mano il tuo futuro, trovare il TUO unico spazio nel mondo del lavoro e smettere finalmente di soffrire.

Lo trovi qui => www.lavoroecarriera.it

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