Lavori bestiali (2). Consulente con obbligo di disumanità

“Ho passato tre mesi a lavorare nel call center di una grande azienda di computer. Ero addetta ad internet.

Facevamo turni di nove ore, con un’ora per il pranzo che in due turni su quattro non offriva la minima possibilità di socializzare.

non venivamo pagati fino al momento in cui non ci collegavamo al telefono.

Così era facile perdere un’ora di lavoro perchè la coda alla macchinetta del caffè mi faceva tardare un minuto o due…

Non avevamo il permesso di lasciare il nostro posto per nessuna ragione (finì che mi licenziarono perchè rifiutavo di alzare la mano per poter andare in bagno).

Uno degli ultimi affronti fu la regola in base alla quale chi riceveva consulenza una volta, doveva poi chiamare la linea a pagamento.

Costava una sterlina e mezzo ma i clienti avrebbero trovato sempre me a rispondere.

Un giorno stavo al telefono con un disabile che riusciva a stento a parlare e a sentire le risposte. Gli ci volle più di mezz’ora per spiegarmi il suo problema in tutti i dettagli, e anche se la durata massima della linea a pagamento era di dieci minuti, fui costretta a dirgli di chiamare quella.

Se non fossi stata licenziata quel giorno stesso, un’ora prima di finire il periodo di prova e ricevere quindi un aumento della paga, avrei dato le dimissioni.”

Davina Gregson

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Una rivista inglese, “The Idler”, ha tenuto per anni una rubrica, aperta ai lettori, in cui si potevano descrivere le proprie esperienze lavorative. Lavori possibili, impossibili, spesso terrificanti, lavori che nell’immaginario collettivo non sembravano poi così male ma che, in realtà, si rivelavano una vera tortura.

Questa è una di quelle storie.

Hai anche tu una storia di lavoro orrendo da raccontare? Scrivila nei commenti…

PS: Se a tutt’ora ti ritrovi dentro un lavoro orrendo anche solo la metà della metà di questo, valuta di cominciare a costruire il tuo piano di fuga. Qui trovi la piantina… => www.libromissionelavoro.it

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  • Non è vero, come vogliono farci credere ormai da anni che “le cose sono cambiate perché c’è la crisi”.
  • La crisi è solo la coda di un problema molto più grande, un enorme pitone pronto ad inghiottire chiunque non si adegui alla nuova situazione del mercato del lavoro.
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