Una vita professionale da cui non serve andare in vacanza

Oggi che lo faccio con regolarità non posso che essere fiera di aver lottato con ogni goccia del mio sangue per arrivare a conquistare una condizione professionale come la volevo io, non come la società mi imponeva.

Non ho TUTTO il tempo libero (e nemmeno vorrei averlo, mi annoierei a morte!) ma ho tutto il tempo per fare esattamente quello che voglio. Lavoro da dove voglio, con i tempi che voglio, nelle modalità che mi permettono di crescere i miei figli esattamente come voglio, senza scendere a compromessi. Essere o non essere in vacanza per me è solo questione di location. Quando non sono in vacanza vivo la mia vita professionale nella bassa pianura padana in mezzo alla campagna come piace a me. Quando sono in vacanza faccio la stessa cosa solo con panorami diversi!

Fin da ragazza non volevo che la mia esistenza fosse solo un lungo elenco di doveri per guadagnarmi da vivere per poi, forse, arrivare vecchia e rincoglionita all’età della pensione, piena di acciacchi e dolori a “godermi finalmente la vita”.

Volevo vivere sentendo di avere un senso, con l’entusiasmo di alzarmi la mattina, non con la preghiera di arrivare in fretta al fine settimana.

In giro sembravano però tutti convinti che le cose dovessero per forza andare così, perciò avevo finito per credere che il mio problema fosse solo un effetto collaterale di quel grave errore di gioventù che avevo commesso scegliendo l’università sbagliata.

All’inizio perciò la mia era stata solo una lunga lotta solitaria. Anche se notavo che c’erano sempre tante persone professionalmente insoddisfatte nei corsi di formazione personale che frequentavo, credevo che la cosa fosse un’ovvia conseguenza della nostra comune scelta: avevamo pescato la carta professionale sbagliata perciò giravamo quasi ossessivamente, insoddisfatti e rabbiosi, alla ricerca di un nuovo percorso che in fondo non credevamo potesse esistere davvero anche per noi.

E’ stato così che, dopo l’apparire della crisi e passata l’emergenza mia personale, ho cominciato a mettere a fuoco sempre meglio la questione: se una volta chi voleva un lavoro diverso, più remunerativo, più soddisfacente, era poco più che un caso raro, dopo il 2009 l’esercito dei lavoratori insoddisfatti (o appiedati dalla crisi e incapaci di riconquistare una nuova e soddisfacente posizione nel mondo del lavoro) non poteva che finire per diventare la “normalità”, una condizione diffusa destinata a crescere inesorabilmente.

Mi ci è voluto altro tempo – e parecchi studi approfonditi – per arrivare invece a capire che purtroppo non si sarebbe trattata di una situazione temporanea e, soprattutto, che gli strumenti tradizionali con cui viene affrontata la questione della ricerca del lavoro erano assolutamente inefficaci e lo sarebbero stati sempre di più. 

A forza di sentir parlare di crisi e a forza di vivere con la sensazione sgradevole dovuta alla spada di Damocle della perdita del lavoro che pende minacciosa sulla nostra testa, ci stiamo sempre più rassegnando a chinare la testa, ad abbassare i nostri standard, ad accettare quello che prima non era accettabile. Ci accontentiamo di lavori insoddisfacenti, di guadagni insufficienti, di rapporti conflittuali, di stress e ansia pur di rimanere aggrappati all’idea di sicurezza del posto di lavoro con cui siamo cresciuti.

C’è qualcosa che ancora troppe persone non considerano di fronte al dubbio tra continuare a fare qualcosa che non amano ma che gli permette di arrivare a fine mese o cambiare strada per fare qualcosa che amano.

1. Fare quello che ami OGGI non è più un optional, non è più un vezzo ma la condizione NECESSARIA da cui partire per avere successo. (Se non mi credi, leggi “Un lavoro che vale” che ti spiego nel dettaglio, numeri e scienza alla mano perchè le cose stanno precisamente così => www.unlavorochevale.it)

2. L’alternativa “continuo a fare quello che mi disgusta oppure mollo tutto e cambio vita” nel 99% dei casi è una falsa alternativa che deriva solo dal non sapere che il mondo di oggi è cambiato in un modo tale da aver completamente annullato questo antico e terrificante dilemma. (Anche per questo se ti servono riscontri ti rimando a www.unlavorochevale.it)

Per dirla con David Mamet: “Non interiorizzare il modello industriale. Non sei uno dei milioni di ingranaggi intercambiabili, ma un essere umano unico, e se hai qualcosa da dire dillo, e abbi rispetto di te stesso mentre impari a dirlo meglio.”

(lo so che sembra facile a dirsi ma non a farsi, è per questo che ci ho scritto sopra un libro)

www.unlavorochevale.it

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