Proteggiti dalla disoccupazione

Cosa c’è in comune fra un maniscalco (se ancora ti ricordi cos’è), un fabbricante di carrozze, un venditore di videocassette e te?

Se sei come il 98% delle persone, la risposta è: TUTTO. Quanto meno tutto quello che oggi nella tua vita dipende dal fatto di avere o non avere un lavoro.

Parlo degli impegni che ti sei preso con le banche per il mutuo di casa, della vacanza che puoi o non puoi fare, di quello che ti potevi permettere prima che ti tagliassero lo stipendio del 20% per il “contratto di solidarietà” o di quello che ti potrai permettere quando arriverai davanti al cancello dell’azienda in cui oggi lavori solo per trovarlo chiuso per sempre. Magari l’azienda in cui lavori è solida e non rischia di chiudere, ma ha appena firmato il nuovo contratto di assunzione – di cui tu non sai nulla – con un giovanotto rampante e più capace di te che, nel giro di qualche mese ti farà le scarpe, rendendo del tutto inutile il posto in cui stai lavorando.

Sto esagerando, dici?
Sì, forse sto esagerando. La pensava così anche ognuna delle persone che si è rivolta a me in questi anni per cercare aiuto a riposizionarsi nel mondo del lavoro, dopo essere incappata in una qualsiasi delle trappole del nuovo mercato globale, tecnologico e iperveloce in cui stiamo vivendo.

“Non posso crederci che mi abbiano fatto questo. Dopo vent’anni di dedizione mi hanno trattato come un calzino rotto.”

“Mi sembra impossibile che non si fossero accorti che stavano fallendo. Se solo l’avessi capito prima magari mi sarei mosso in anticipo.”

“Non possono davvero fare una cosa del genere: con questa decisione, oltre a me, mettono in difficoltà un intero paese. Se spostano l’azienda all’estero, qui abbiamo un problema sociale ingestibile”.

Potrei continuare a lungo, ma non lo farò. Non lo farò perché spero che, giorno dopo giorno, goccia dopo goccia, le mie parole arrivino a bussare alla tua coscienza e ti facciano capire che se non hai predisposto e attivo un Sistema di Gestione di Carriera, nella migliore delle ipotesi sei spacciato.

Non importa se e quando la tua azienda ti lascerà a casa: anche solo per il fatto che vivi immerso e sommerso da notizie che arrivano da tutti i fronti dalla mattina fino alla sera, non potrai più riconquistare quella condizione di “serena tranquillità” che tanto vorresti.

Sì perché, se non capita a te, prima o poi sentiraila notizia – via facebook o al bar sotto casa, poco importa – di quell’altra azienda che è stata chiusa o di quel tuo conoscente che hanno messo fuori gioco dopo 35 anni di onorato servizio senza appello né TFR.

E tutto questo non può farti vivere sereno. Non ti può dare la sicurezza e la serenità che meriti e dovresti avere. Certo, ormai la soglia della rassegnazione si è così alzata, che potresti anche tu aver finito che questa sia la nuova “normalità”: c’è la crisi, il mercato è fermo, bisogna tenere duro.

Ho visto padri di famiglia, ben oltre la cinquantina, restare aggrappati al sogno antico del “posto fisso”, del “posto sicuro” tremare con lo sguardo perso nell’ansia di essere il prossimo in lista ad essere lasciato a casa, all’improvviso.

Gli stabilimenti si svuotano, gli uffici si restringono, le aziende delocalizzano, la cassa integrazione avanza, la sicurezza è un miraggio eppure la maggior parte dei lavoratori  – almeno il 49% dice una statistica di cui ho letto di recente, io sono convinta siano ben di più – pur essendo insoddisfatta del proprio lavoro e preoccupata del proprio futuro NON FA NIENTE per cercare nuove posizioni o alternative.

Probabilmente anche tu starai pensando che, essendoci la crisi nella loro azienda, è già tanto che abbiano un lavoro e che fanno bene a tenerselo stretto. Ma la verità è che questo modo di pensare è lo stesso che deve aver pensato ogni bravo maniscalco, o fabbricante di carrozze o venditore di videocassette quando vedeva che gli affari non andavano più così bene.

Cos’ha fatto la maggior parte di questi professionisti, lavoratori o imprese di attività e servizi che oggi si sono estinte?

La storia mostra che si sono aggrappati con più forza e più “speranza” a quello che stavano facendo, con più insistenza e ottusità, “tenendo duro” e sperando che tempi migliori ritornassero.

Ora, forse il tuo lavoro non è uno di quelli destinati ad estinguersi – anche se quelli che lo faranno continuano a crescere velocemente, ma questa è un’altra storia – ma se non vuoi continuare a vivere con una spada di Damocle sulla testa, nella speranza che la sfiga passi a bussare la porta di qualcun altro piuttosto che la tua, hai una sola cosa da fare: passare all’azione.

Azione in questo caso – bada bene! – non significa cascare come un pollo alla prossima promessa dei venditori di fumo che ti dicono che con un codice da 50 euro in un network marketing di nuova generazione arriverai nel giro di qualche mese a sostituire il guadagno del tuo lavoro di oggi e potrai mandare a quel paese il tuo capo o l’azienda per cui lavori!

Non significa nemmeno buttare i 3000 euro che hai da parte per aprirti un conto di trading online perché ti hanno convinto che “il software e i segnali che ti mandiamo ti permetteranno di tradare con successo almeno nell’80% del caso e se poi magari ci porti anche un nuovo iscritto ti regaliamo altri 500 euro in piattaforma”.

Queste non sono Azioni bensì Suzioni, ovvero succhiano i tuoi soldi dalle tue tasche per farle depositare nelle vampiresche viscere dei furbetti che, forti della cieca potenza del web e dell’ingenuità delle masse, si acquattano dietro ogni angolo di social con le loro invitanti promesse.

Lascia che sia ancora più chiara. Network marketing, trading online, imbustamento perline, advertising online, pay per click, pay to click e ogni altra diavoleria che:

  1. puoi iniziare solo investendo una manciata di euro
  2. non richiede nessuna formazione o conoscenza specifica
  3. può essere fatta da chiunque
  4. può essere fatta part time o full time, anche solo due ore a settimana o cinque minuti al giorno
  5. può essere fatta comodamente da casa, dall’ufficio, da dove vuoi tu, senza nessuno sforzo

è UNA TRUFFA. Qui lo dico e qui non lo nego. So di attirarmi le ire dei pochissimi seri networker e trader che da qualche parte esistono (qualcuno l’ho conosciuto anche io, lo devo dire per onore di cronaca) ma la realtà dei fatti è questa: anche per fare il networker o il trader – per il resto sono invece solo tutte truffe – serve una preparazione specifica, servono abilità, competenze, tempo e dedizione che NON SI ACQUISISCONO SENZA SFORZO, né con 5 minuti di lavoro al giorno.

Ciò detto, qual è allora la VERA Azione di cui parlo, quella utile, quella in grado di portarti fuori dai guai se ci sei dentro ora o di fartici rimanere fuori se parti per tempo.

Si tratta di un’azione che, tutto sommato è semplice, nel senso che chiunque sia in grado di leggere,  scrivere in italiano corrente, usare i social e soprattutto PENSARE – questo purtroppo taglia fuori una quantità pazzesca di persone, ma tant’è – può fare.

Va detto che non si riesce a farla dalla sera alla mattina e richiede una buona dose di lucidità e perseveranza per essere messa in pratica – il che riduce ulteriormente il pubblico potenziale, purtroppo.

Ma, se ancora non ti sei mortalmente offeso e ritieni di essere una persona con questi requisiti base e sai di non avere mai fatto nulla più che mandare un curriculum o aprire la partita iva e sperare di trovare lavoro, allora sei arrivato finalmente nell’unico posto in Italia – anche nel mondo che ho visto, ma è troppo grande per potermi fidare di dire al mondo, quindi per rimanere nel sicuro dico in Italia – in grado di spiegarti in modo semplice, completo e chiaro COSA e COME fare per cambiare la tua situazione da costruttore di carrozze fallito al professionista-che-tutti-vogliono, crisi o non crisi che sia.

Quello che devi fare è impostare un SISTEMA DI GESTIONE di Carriera.

Cosa sia una Carriera è facile che tu lo sappia, soprattutto se sei ancora qui a leggere. Del cos’è invece un Sistema di Gestione, a meno che tu non sia un mio esimio collega certificatore o consulente di Sistemi di Gestione ISO, non hai la minima idea. E questo è per te il momento di saperlo, perché è il primo fondamentale passo per portare le tue belle chiappette al riparo da licenziamenti selvaggi, rimansionamenti, delocalizzazioni, chiusure, acquisizioni, trasferimenti, fallimenti ecc. ecc. ecc.

Tutto inizia negli anni ’60 in Giappone…

Se l’Ottocento è il secolo della rivoluzione industriale, il Novecento è quello della produttività. Alla meccanizzazione ottocentesca segue, funestata da conflitti mondiali e da regimi totalitari, una stagione in cui progrediscono rapidamente da una parte le tecniche di automazione, dall’altra quelle dell’organizzazione.

In America allora andava per la maggiore un tale Frederick Winslow Taylor, ingegnere e imprenditore statunitense, fissato con l’idea di trovare sempre nuovi metodi per migliorare l’efficienza nella produzione, ovvero produrre di più spendendo di meno. Quando senti parlare di “taylorismo” si parla appunto della fissazione di Taylor che i posteri hanno trasformato in tipica teoria di impostazione accademica-saccent-pomposa.

Nel frattempo dalla parte opposta del mondo, nel Giappone che si risveglia da due attacchi nucleari, uno sconosciuto Edward Deming, ingegnere e consulente di gestione aziendale americano, snobbato in patria (probabilmente amava troppo le persone e troppo poco l’efficienza di produzione) viene invece incaricato di addestrare i manager delle industrie giapponesi, invitato dalla Japanese Union of  Scientists and Engineers (JUSE)

A quell’epoca il Giappone e le sue industrie erano devastate dalla guerra. In quell’ambiente distrutto ma pieno di voglia di rimettersi in piedi Deming approfondisce i suoi studi sulla produttività da un’angolatura diversa, con il coinvolgimento dei lavoratori, che per lui erano chiaramente gli unici veri detentori della conoscenza produttiva, nel miglioramento continuo dei processi.

Partito per insegnare le basi del controllo statistico della qualità, attraverso seminari che ebbero un successo straordinario, le lezioni di Deming ai giapponesi nel giro di venti anni, danno frutti tali da superare la più accesa immaginazione: negli anni ‘70 gli Stati Uniti, si sentono attaccati come in una seconda Pearl Harbour. Invece di piovere bombe, piovono prodotti giapponesi: prima l’elettronica di consumo, poi, proprio nel paese di Henry Ford, incredibilmente, le automobili.

In Giappone Deming divenne una celebrità, al punto che nel 1960 ricevette la più alta onorificenza concessa dall’imperatore giapponese ad uno straniero: il Secondo Ordine del Sacro Tesoro.

Al contrario, in patria le sue idee vennero ignorate fino agli anni ’80 quando a qualcuno venne in mente di chiedergli cosa diavolo avesse detto a quei giapponesi e soprattutto convincerlo a dar loro una mano per rilanciare l’economia americana messa in ginocchio dal Giappone.

Deming artecipò, così, al programma dell’NBC “Se i giapponesi ci riescono, perché noi non possiamo?”. Nel 1987 Ronald Dore del MIT scrive un libro dal titolo “Bisogna prendere il Giappone sul serio” e il resto è storia. Nel 1987 infatti viene pubblicata la prima norma ISO 9001, lo standard internazionale dei Sistemi di Gestione per la Qualità, basata sulla sintesi operativa di tutti gli studi Deming, il cosiddetto ciclo di Deming.

Nel corso degli anni a seguire il ciclo di Deming è stato la base di ogni tipo di Sistema di Gestione, dimostrandone la sua geniale efficacia ed efficienza, oltre che semplicità.

Perché tutto questo ti riguarda.

Quando ho iniziato la mia attività di consulente di Sistemi di Gestione “standard” in azienda, l’ho fatto attratta dai principi nobili che li alimentavano. Ben lontano da quello che le aziende hanno finito per farne troppo spesso oggi – tanto fumo per nascondere troppi arrosti bruciati -, il ciclo codificato da Deming ha un che di geniale: si è dimostrato valido per definire procedure di “Miglioramento Continuo” – il famoso Kaizen di cui oggi tanto parlano a sproposito gli pseudoguru della formazione – in ogni ambito e settore.

Un giorno, all’inizio per gioco, ho cominciato a provare ad applicare il ciclo di Deming, anziché ai processi per la produzione di qualità in azienda come avevo sempre fatto in qualità di ingegnere consulente di sistemi di gestione, ad attività di qualunque altro tipo, dal fare la spesa al decidere come riordinare l’armadio dei vestiti. Con un certo divertimento mi sono accorta che funzionava perfettamente.

Così mi sono chiesta: e se pensassi alla mia vita come ad un’azienda da gestire, non potrebbe forse succedere che anche in questo caso il ciclo di Deming funzioni? Se così fosse stato, avrei potuto mettere in scacco i miei ostacoli professionali in una rivincita storica come quella dei giapponesi della Toyota sugli americani. Un’ipotesi a dir poco entusiasmante in cui mi sono subito tuffata per vedere se poteva funzionare davvero.

Non solo tutto questo è stato possibile ma si è dimostrato essere proprio quel principio ordinatore unificante di cui ero tanto alla ricerca: il ciclo di Deming è in grado di supportare qualunque persona nel mettere ordine in tutto ciò che serve fare, essere e avere per riuscire nel mondo del lavoro oggi.

Questo è il ciclo di Deming nella sua rappresentazione più classica. Come vedi è una ruota bella rotonda.

E’ la ruota che ti permetterà di uscire dai guai.

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  • Non è vero, come vogliono farci credere ormai da anni che “le cose sono cambiate perché c’è la crisi”.
  • La crisi è solo la coda di un problema molto più grande, un enorme pitone pronto ad inghiottire chiunque non si adegui alla nuova situazione del mercato del lavoro.

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